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1972 – 2009.

A distanza di 37 anni, un più maturo Claudio Baglioni decide di ripubblicare il suo concept album di maggior successo. Se allora le ali della fantasia vennero tarpate dalle esigenze discografiche e sulla poca fiducia nei confronti di un giovane artista, oggi questi problemi sono un lontano ricordo e, dopo il film e il libro, ecco qua un doppio CD contenente 52 tracce che ripercorrono tutta la storia d’amore di due adolescenti dei primi anni ’70 con la capitale che fa da sfondo agli eventi. Numerosissimi gli ospiti che col loro contributo hanno impreziosito il lavoro del cantautore romano.

Entriamo dunque nel dettaglio dei brani e andiamo ad analizzare ogni singola traccia.

1. Overture. Il pezzo parte con alcuni vocalizzi dello stesso Baglioni che ripete l’acronimo che da il titolo al disco. Fa un po’ storcere il naso, poi parte un Andrea Bocelli che recita l’inciso di Questo Piccolo Grande Amore. Nulla di particolare.

2. Lungo il viaggio. Una vecchia canzone che doveva far parte dell’album originale in una versione rockeggiante. Piuttosto apprezzabile e ben riarrangiata.

3. Piazza del popolo. Comincia qui il viaggio attraverso Roma. I nuovi arrangiamenti sostituiscono la chitarra che accompagnava il pezzo originale e le sonorità sono diverse. A me piaceva più prima, ma è questione di gusti.

4. Una faccia pulita. I nuovi arrangiamenti stavolta non intaccano la struttura del brano, ma appare piuttosto inutile l’utilizzo di Irene Grandi nel finale.

5. L’incontro. Riccardo Cocciante da il via alla prima parte della strofa del tema principale che intervalla il disco.

6. Nuvole e sogni. Sul tema di Porta Portese una canzone che da poco all’album. Neanche gli toglie nulla, ma appare piuttosto inutile.

7. Due universi. Sul tema di Mia libertà una canzone di matrice da musical che serve a spiegare le diversità fra i due protagonisti. Non male, ma troppo lunga e ripetitiva. Forzata la collaborazione di D’Alessio e Tatangelo che non aggiungono nulla, apparte un banale duetto di chiusura che lascia il tempo che trova.

8. Se guardi su. Sul tema di Che begli amici una canzone d’intermezzo. Altra canzone che sembra messa per riempire. I Baraonna fanno da coro e Pino Daniele ci mette una chitarra solista di chiusura che c’entra poco con tutto il resto.

9. Centocelle. Secondo appuntamento col viaggio romano della storia. Con un ottimo Danilo Rea al piano. Decisamente apprezzabile.

10. Svelto o lento. Elio e le Storie Tese recitano bene un altro brano di riempimento.

11. Buon compleanno. Renzo Arbore  e Morgan sul tema di Miramare accompagnano Baglioni. Testo debole.

12. L’appuntamento. Giorgia segue Cocciante e recita l’inizio della seconda strofa di QPGA.

13. Battibecco. I nuovi arrangiamenti snaturano la semplicità apprezzata nel pezzo originale. Una bravissima Paola Cortellesi si fa apprezzare per l’interpretazione del classico duetto. Incomprensibile la volontà di cambiare parte del testo e di aggiungere un ritornello che suona piuttosto stupido (“Battibecco, ah se ti becco io!…”????). Piacevano di più i classici stornelli romaneschi che qui appaiono integrati nel sottofondo del brano.

14. Con tutto l’amore che posso. Niente male la rivisitazione di questo pezzo. Ottima la partecipazione della Pausini che dona profondità al ritornello. Piuttosto innocua l’aggiunta di una parte della seconda strofa. Forse però erano migliori i vecchi arrangiamenti.

15. Lungotevere. Terza tappa romana. Rita Marcotulli al piano mostra la propria bravura.

16. Juke-box. Canzone che non serve a null’altro che a far partecipare Mario Biondi al disco.

17. Che begli amici. Era il pezzo che, pur trovando un proprio posto, meno convinceva nel disco originale. Stavolta gli arrangiamenti lo rendono più arioso e la partecipazione dei Pooh dona una voce finalmente chiara alla controparte del protagonista.

18. Tortadinonna o gonnacorta. Canzone sul ruolo della donna nella vita di un uomo sul tema di Battibecco. Si sentiva veramente l’esigenza di un pezzo del genere?

19. L’ultimo sogno. La PFM incanta con le proprie atmosfere, ma altro brano di riempimento.

20. Mia libertà. Nuovi arrangiamenti, ma in sostanza fedele all’originale.

21. Cosa non si fa. Il tema di In viaggio si presta ad un testo fuori tema.

22. Fiumicino. Scampagnata fuori città per la quarta tappa romana. Giovanni Allevi fa sentire la propria presenza con uno stile inconfondibile.

23. Il riparo. Antonello Venditti recita la seconda parte della prima strofa di QPGA.

24. La paura e la voglia. Giovanni Baglioni (figlio del padrone di casa) fa apprezzare il proprio stile da chitarrista in un brano strumentale di appena un minuto. Forse utilizzarlo in un pezzo “vero” avrebbe reso di più.

25. La prima volta. Le atmosfere fumose e appassionate che contraddistinguevano il brano originale scompaiono come per magia e tolgono carisma alla traccia. Ora appare noiosa.

26. Un solo mondo. Alessandra Amoroso chiude con una collaborazione che serve solo ai fini del marketing una canzone che fa rimpiangere il Baglioni che fu.

27. Preludio. Evoluzione all’organo dell’introduzione a Quel giorno.

28. Quel giorno. Collabora Joseph Calleja con l’inciso di QPGA a intervallare le strofe che rimangono fedeli all’originale. Non male.

29. Io ti prendo come mia sposa. Il nuovo arrangiamento piace, anche grazie a un violino di Branduardi che si fa notare. Peccato solo per quel “lei lui e nessuno, mai più due ma uno” che rovina la canzone.

30. L’arcobaleno. Mina recita la terza parte della prima strofa di QPGA. Solita grande Mina.

31. Noi sulla città. Il tema di Quanto ti voglio si presta ad un buon pezzo. Il testo è ben strutturato e utile alla causa. La collaborazione di Giusy Ferreri aggiunge un tocco di freschezza nel finale.

32. Stazione Termini. L’armonica di Bennato accompagna la quinta tappa del viaggio romano. Da segnalare il cambio di titolo. Probabilmente “Cartolina rosa” non era in linea con un filo che conduce per mano attraverso la capitale.

33. Ancora no. “Quanta strada da fare” e “Ci fosse lei” prestano i rispettivi temi ad una canzone di riempimento. Nel finale Giuliano Sangiorgi non regge il confronto del duetto con Baglioni.

34. Buon viaggio della vita. Canzone inserita nell’album al punto opportuno. Non credo proprio facesse parte del progetto originale.

35. Sissignore. Il pezzo risulta divertente ed energico. Sul tema di Miramare viene descritta la vita militare con una certa rassegnazione.

36. Mia nostalgia. Forse il brano migliore dell’opera. Fra Walter Savelli al piano e Fiorella Mannoia in duetto con Baglioni si ripercorre Mia libertà adattandola al caso. Una canzone che nell’album originale avrebbe ben figurato.

37. Il rimpianto. Ivano Fossati recita la terza parte della seconda strofa di QPGA.

38. Come sei tu. Pezzo lento che si rianima solo nei ritornelli. Dolcenera convince nei controcori ben inseriti.

39. Pensione Stella. Sesta tappa. Siamo lontani da Roma.

40. Questo Piccolo Grande Amore. Ennio Morricone al piano. Il pezzo di maggiore rilievo. Il risultato è un capolavoro piuttosto scadente. Scomparsa l’atmosfera che ha segnato il successo del cantastorie dei giorni che furono. Gli arrangiamenti distorcono le sonorità che diverse generazioni hanno idolatrato. Quella del ’72 fu votata come miglior canzone del secolo. Probabilmente questa, se fosse inedita, aspirerebbe al massimo a vincere il Festivalbar.

41. Al mercato. Divertente anteprima di Porta Portese.

42. Porta portese. Fiorello sostituisce il “venditore de carzoni”. La particolarità della canzone originale era lo stornello finale che gettava nella disperazione il protagonista e nei ricordi confusi e accavallati che coinvolgevano l’ascoltatore. Ascoltata con attenzione faceva scendere qualche lacrimuccia. Cosa ne è stato????

43. Fiore de sale. La bella interpretazione della Vanoni non riesce a sopperire alla mancanza di quanto esposto sopra.

44. Quanto ti voglio. Seppur godibile, non è paragonabile alla sana angoscia che trasmette l’originale.

45. Con tutto il mio cuore. Jovanotti e la tromba di Fabrizio Bosso in una canzone totalmente inutile.

46. Il ricordo. Gianni Morandi recita la seconda parte della seconda strofa di QPGA.

47. Un po’ d’aiuto. Inedito, privo di ispirazione, piazzato a riempire un immaginario vuoto.

48. Via di Ripetta. Settima tappa, quella conclusiva. Il jazz di Stefano Bollani accompagna al piano.

49. Una storia finita. Il tema di Una faccia pulita. Un testo debole. Niente più.

50. Sembra il primo giorno. Gli arrangiamenti rinnovati non hanno l’effetto sperato. Un bravo Battiato non basta a salvare il brano.

51. Suite. Praticamente la reprise di “Con tutto l’amore che posso” riarrangiata.

52. Niente più. Non c’entra nulla col disco. Fa solo da titoli di coda all’album. Niente di eccezionale.

Da una parte il disco si presenta come un’opera originale. Riunire tanti artisti a realizzare il remake di un album di successo è stata una bella idea. Purtroppo come succede sempre inevitabilmente, si perde di vista il vero senso dell’opera originale. Così la vera arte si sacrifica all’altare della tecnica: gli arrangiamenti appaiono ottimamente realizzati, ma studiati a tavolino. Le belle atmosfere adolescenziali lasciano il posto a quella che sembra una parodia. La storia viene narrata con distacco anziché con coinvolgimento. Se nell’originale Claudio Baglioni era protagonista del proprio disco, ora ne è solo la voce narrante.

A tratti il disco fa quasi rabbia per l’occasione persa di realizzare qualcosa di grandioso e molti brani possono tranquillamente essere “skippati” durante l’ascolto.

Il materiale e gli artisti che Baglioni aveva fra le mani potevano far entrare questo disco nella storia della musica italiana. Un vero peccato.

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